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Come qualcuno sa, partecipo alla riunione della Commissione Liturgica della nostra chiesa a Berna come rappresentante dei diaconi e del Ticino. Non è un luogo di grandi riflessioni teologiche astratte ma un gruppo di lavoro presieduto dal vescovo che cerca di fornire strumenti utili ai colleghi nelle parrocchie. Dopo uno studio e una proposta di liturgia per la salvaguardia del creato da introdurre nel nostro calendario liturgico, l’ultima volta l’attenzione si è focalizzata su una cosa piccola all’apparenza: il certificato da dare per le nozze e quello per le unioni civili. E qui mi si è aperto il cuore per la sensibilità che dimostra la nostra chiesa. Si è scelto di fare un certificato unico, stessa immagine, stesso versetto biblico citato, stessa dicitura: Benedizione di … e poi lo spazio per i nomi dei coniugi. Dal momento che in Svizzera ci sono due tipi di unione, matrimonio e unione civile, la nostra chiesa sceglie di benedirli entrambi ma con questa scelta apparentemente piccola di avere un unico certificato per le due celebrazioni manda un messaggio bello e positivo per ogni membro della nostra chiesa. I teologi discutono le differenze tra matrimonio e unioni civili, le chiese cristiane discutono e, mentre aspettiamo che si arrivi a una visione comune senza suscitare ulteriori divisioni, la nostra chiesa tranquilla tranquilla nel suo piccolo va avanti.

 

…anche perché il Carnevale è finito!

Il primo costume di Carnevale che mi ricordo è quello di Cucciolo, uno dei 7 nani. Dovevo fare una recita sul palco nel teatro delle suore del paese e mi ricordo bene mia mamma che di sera, dopo il lavoro, cuciva quella stoffa gialla per la blusa e azzurra per i pantaloni e il cappuccio. E io ero così fiera del mio costumino e del mio cappuccio. Poi ho avuto il costume da Pierrot tutto bianco con i pon pon neri e il cappello tondo nero. Non mi piaceva moltissimo, avrei preferito il costume da capo indiano tutto colorato di mio fratello… però amavo il cappello di Pierrot, amavo ogni cappello, probabilmente perché mi facevano sentire più protetta e più sicura.

Le maschere che ci diamo ci fanno sentire protetti. Poi ci sono le maschere che ci danno gli altri, da cui non riusciamo ad uscire e spendiamo tante energie a cercar di far uscire ciò che sappiamo di essere mentre le persone intorno ci ributtano in ciò che loro pensano che noi siamo. Un po’ contorto questo pensiero che cerca solo di dire che le etichette che mettiamo alle persone sono un meccanismo che ci aiuta inizialmente a conoscere e a catalogare (siamo fatti così) ma poi diventano la prigione in cui mettiamo gli altri (o ci facciamo mettere dagli altri) se non ci sbrighiamo a toglierle.

D’altra parte il termine persona in greco indicava la maschera usata nel teatro (da cui personaggio). E anche la persona più equilibrata ha un ruolo o copione che svolge in determinate circostanze per rispondere alle richieste del mondo esterno. Esiste un’area pubblica, nota a sé e agli altri che è ciò che vediamo e che gli altri possono vedere di noi, e, deliberatamente in ombra, un’area privata, nota a sé ma non agli altri. L’ampiezza e il contenuto di queste due aree sono soggetti a continue modificazioni a seconda dei contesti interpersonali in cui ci troviamo. O almeno, dovrebbe essere flessibile in una persona mentalmente sana.

Comunque, è in questa direzione che vedo il tempo di Quaresima. Gesù va nel deserto 40 giorni per pregare e digiunare. Tempo di silenzio, di ascolto, di pulizia, di uno scrub interiore per la persona, per ritrovare se stessi e la propria verità. L’inverno sta passando, tra poco sarà primavera e tutto pian piano rinasce, si purifica e riparte. Così anche noi attendendo Pasqua.

Elisabetta Tisi

C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. (Simone Weil)

Mercoledì scorso ho avuto il privilegio di poter assistere ad una lezione di filosofia sulla Bellezza all’Università San Raffaele di Milano. È strano: i preti non ne hanno mai parlato, non è un argomento religioso, eppure la Bibbia ne è piena e i filosofi antichi la mettevano al centro delle virtù, Bello, Bene e Verità. E solo la Bellezza risplendeva di luce tra le tre virtù.

Il salmo elogia la bellezza del re: “È il più bello tra i figli degli uomini”.  Della regina dice: “Piacerà al re la tua bellezza” (Salmo 45,3 e 12). Il Cantico dei Cantici parla della bellezza degli amati. La Bibbia prega: Dio quanto sei bello! E nel Vangelo il Signore non dice: “io sono il Buon Pastore” ma “io sono il Pastore Bello (Kalos)”. Kalos in greco prima di tutto traduce bello (e dunque buono) e ha un valore assoluto: in greco si può dire “sono buono per fare questa cosa e non quest’altra” ma non si dice “sono bello  per questo”…sono bello e basta.

Quando incontro il Bello, quello che affascina, mi muove. A volte vediamo persone esteticamente belle ma che non ci suscitano nulla. Si dice “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” ed è vero: la bellezza deve smuovere per essere vera. Per questo gli antichi individuavano Eros come motore, non come è stato concepito nei secoli dalla Chiesa e da Freud, come una spinta verso il basso; nel pensiero classico era un’attrazione verso i valori, verso l’eccellenza. Eros era l’aspirazione alla felicità, era inteso come desiderio di bellezza.

Quando siamo innamorati (di qualunque cosa, anche di un ideale, una passione) abbiamo bisogno di introdurre nel mondo bellezza. Pensate a quando ci innamoriamo, diamo il meglio di noi, facciamo le cose per bene, ci prendiamo più cura di noi, dell’appuntamento che organizziamo, delle parole che esprimiamo, facciamo gesti di attenzione per l’altro.

L’amore vede in noi la bellezza. La bellezza accende la luce, innamora e fa vedere le altre virtù.

La bellezza è la prova fisica dell’esistenza di un mondo superiore. Ne sono convinta. Di un mondo spirituale che spesso fatichiamo a cogliere.

Lo spirituale non è qualcosa che si aggiunge ad una persona. Spirituale  è aprirsi oltre se stessi. Diventare spirituali non significa perdere la circolazione delle gambe facendo yoga o stando inginocchiati per lunghe ore: significa avere una capacità di lettura più profonda della vita, vista dal punto di vista di Dio.

Una mia cara amica teologa, Selene Zorzi, mercoledì scorso mi ha suggerito l’immagine dello STEREOGRAMMA, quelle immagini fatte a computer, che a prima vista sembrano a 2 dimensioni ma racchiudono un disegno a 3 dimensioni che abitualmente l’occhio non riesce a scorgere. Mi piace che abbia detto abitualmente e non normalmente, perché l’abitudine non significa che debba essere la norma. I nostri occhi funzionano convergendo in un solo punto di messa a fuoco. Ma se esercitiamo ogni nostro occhio a mettere a fuoco in modo indipendente (come quando a volte ci “incantiamo” e i nostri occhi sembrano persi), il disegno si trasformerà: dapprima sfocandosi, poi aprendosi alla terza dimensione lasciando vedere l’immagine tridimensionale che si staglia.

Questo è quello che accade quando si desidera cogliere il senso spirituale delle cose. L’immagine che sembra non avere senso in superficie, se guardata in modo particolare, con atteggiamento meditativo che modifica il nostro modo di leggere le cose, può rivelarsi profonda, tridimensionale.

Come i neonati, pur avendo occhi non vedono ma devono abituarsi a guardare, così tutti abbiamo organi spirituali che però non sono attivati o abituati a percepire la dimensione spirituale.

Quindi avere uno sguardo spirituale non significa essere distaccati ma capaci di penetrare la realtà che sembra caotica per scorgervi un disegno e forse un profondo significato. E una diffusa Bellezza.

stereogramma

stereogramma

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