Crisi di senso, crisi di bellezza

C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. (Simone Weil)

Mercoledì scorso ho avuto il privilegio di poter assistere ad una lezione di filosofia sulla Bellezza all’Università San Raffaele di Milano. È strano: i preti non ne hanno mai parlato, non è un argomento religioso, eppure la Bibbia ne è piena e i filosofi antichi la mettevano al centro delle virtù, Bello, Bene e Verità. E solo la Bellezza risplendeva di luce tra le tre virtù.

Il salmo elogia la bellezza del re: “È il più bello tra i figli degli uomini”.  Della regina dice: “Piacerà al re la tua bellezza” (Salmo 45,3 e 12). Il Cantico dei Cantici parla della bellezza degli amati. La Bibbia prega: Dio quanto sei bello! E nel Vangelo il Signore non dice: “io sono il Buon Pastore” ma “io sono il Pastore Bello (Kalos)”. Kalos in greco prima di tutto traduce bello (e dunque buono) e ha un valore assoluto: in greco si può dire “sono buono per fare questa cosa e non quest’altra” ma non si dice “sono bello  per questo”…sono bello e basta.

Quando incontro il Bello, quello che affascina, mi muove. A volte vediamo persone esteticamente belle ma che non ci suscitano nulla. Si dice “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” ed è vero: la bellezza deve smuovere per essere vera. Per questo gli antichi individuavano Eros come motore, non come è stato concepito nei secoli dalla Chiesa e da Freud, come una spinta verso il basso; nel pensiero classico era un’attrazione verso i valori, verso l’eccellenza. Eros era l’aspirazione alla felicità, era inteso come desiderio di bellezza.

Quando siamo innamorati (di qualunque cosa, anche di un ideale, una passione) abbiamo bisogno di introdurre nel mondo bellezza. Pensate a quando ci innamoriamo, diamo il meglio di noi, facciamo le cose per bene, ci prendiamo più cura di noi, dell’appuntamento che organizziamo, delle parole che esprimiamo, facciamo gesti di attenzione per l’altro.

L’amore vede in noi la bellezza. La bellezza accende la luce, innamora e fa vedere le altre virtù.

La bellezza è la prova fisica dell’esistenza di un mondo superiore. Ne sono convinta. Di un mondo spirituale che spesso fatichiamo a cogliere.

Lo spirituale non è qualcosa che si aggiunge ad una persona. Spirituale  è aprirsi oltre se stessi. Diventare spirituali non significa perdere la circolazione delle gambe facendo yoga o stando inginocchiati per lunghe ore: significa avere una capacità di lettura più profonda della vita, vista dal punto di vista di Dio.

Una mia cara amica teologa, Selene Zorzi, mercoledì scorso mi ha suggerito l’immagine dello STEREOGRAMMA, quelle immagini fatte a computer, che a prima vista sembrano a 2 dimensioni ma racchiudono un disegno a 3 dimensioni che abitualmente l’occhio non riesce a scorgere. Mi piace che abbia detto abitualmente e non normalmente, perché l’abitudine non significa che debba essere la norma. I nostri occhi funzionano convergendo in un solo punto di messa a fuoco. Ma se esercitiamo ogni nostro occhio a mettere a fuoco in modo indipendente (come quando a volte ci “incantiamo” e i nostri occhi sembrano persi), il disegno si trasformerà: dapprima sfocandosi, poi aprendosi alla terza dimensione lasciando vedere l’immagine tridimensionale che si staglia.

Questo è quello che accade quando si desidera cogliere il senso spirituale delle cose. L’immagine che sembra non avere senso in superficie, se guardata in modo particolare, con atteggiamento meditativo che modifica il nostro modo di leggere le cose, può rivelarsi profonda, tridimensionale.

Come i neonati, pur avendo occhi non vedono ma devono abituarsi a guardare, così tutti abbiamo organi spirituali che però non sono attivati o abituati a percepire la dimensione spirituale.

Quindi avere uno sguardo spirituale non significa essere distaccati ma capaci di penetrare la realtà che sembra caotica per scorgervi un disegno e forse un profondo significato. E una diffusa Bellezza.

stereogramma
stereogramma
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