La presenza di un’assenza

risurrezione-14Vi è una trasformazione in atto nel mondo e la Pasqua è un aspetto esemplare di questa trasformazione.

Pasqua significa letteralmente «passaggio»: perdere una condizione e tendere a un’altra senza averla ancora acquisita. Come avviene per la natura a primavera. Quindi il passaggio a livello esistenziale è essenzialmente un vuoto. La Pasqua cristiana è assenza e attesa: il sepolcro vuoto e la speranza del ritorno.

Finché le religioni si ignoravano reciprocamente, ognuna, ingenuamente o per sete di potere, poteva credere di possedere la mappa esclusiva, unica vera, di tale passaggio. Poi la mappa è diventata il punto di  approdo. Anche per il cristianesimo: Gesù diceva “io sono la Porta”, e le chiese invece mettevano recinti. Invece di spingere l’umanità e la società alla ricerca, invece di accompagnare il passaggi, hanno finito per eliminare quel “posto vuoto” eliminando il “passaggio”, la liberazione, la speranza.

Ormai però si diffonde ovunque, in tutte le fedi e tradizioni religiose, il senso di un’unità di fondo, prima e oltre le differenziazioni. Le religioni muoiono, sì, come depositarie del potere salvifico, come pienezza di verità, per rinascere come richiamo di una assenza, come testimoni del “posto vuoto”: in linguaggio cristiano si direbbe testimoni della tomba vuota, cioè della resurrezione. Nei Vangeli tomba vuota e resurrezione s’identificano. Le donne e gli apostoli non vedono mai la resurrezione come rianimazione del corpo morto. Vedono solo l’assenza del corpo e le apparizioni in forma nuova e misteriosa, apparizioni variamente interpretabili. E’ l’assenza, è il vuoto, la sostanza della resurrezione.

Non c’è vero ecumenismo senza riscoperta del vuoto. E non ci sarà mai pace sulla terra partendo dalla pienezza e dal dogmatismo. Ma le resistenze sono ancora molto forti. Il sangue che scorre per l’integralismo testimonia un’ultima feroce resistenza alla nascita delle religioni come passaggio. E stonano sempre più gli irrigidimenti autoritari dei poteri religiosi che, anche se rifiutano di considerarsi fondamentalisti, continuano a condannare, colpevolizzare, scomunicare, escludere.

Gesù è stato crocifisso perché alimentava la speranza di un mondo dove non ci fossero più crocifissi e crocifissori, vittime e carnefici, ingiustizie e guerre. Su questa terra e non solo in cielo. È  la vita di Gesù, i valori per cui lui ha vissuto, che dà significato alla sua morte. È nella sua vita mortale e limitata la salvezza, come nella vita di tutti noi. Non nella sofferenza e nella morte considerate in sé come qualcosa di separato dalla vita, come una punizione per il peccato. La vita e la morte sono una cosa sola. Gesù resta in mezzo a loro perché l’amore è più forte della morte. È  qui, il succo della resurrezione, vita che perennemente rinasce, amore che costantemente si rigenera e si riscatta.

È forse tempo di lasciare la fede in Gesù se questa porta a un’adorazione immobile e a un senso di divisione rispetto agli altri, di giudizio, di non condivisione di vita; è tempo di fare propria la fede di Gesù nel Padre e nell’umanità, la fede che guarisce, ridà la vista, ridà vita, per cui non c’è più giudeo, né greco, né umo né donna, né schiavo né libero, né buddista né musulmano, né ateo né cristiano ma solo figl* del D*oUnic*.

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