La Torre di Babele ovvero il pensiero unico

Mi sono permessa di offrirvi una riflessione sul brano che sta tra il diluvio e Abramo: l’episodio della torre di Babele.

In ebraico, il verbo confondere era “babel”, e con lo stesso vocabolo gli ebrei indicavano anche la città di Babilonia, anche se in realtà il nome Babilonia deriva dalla lingua dei fondatori, gli Accadi, e significa “porta del dio”.

Probabilmente furono le rovine della torre di Babilonia, un enorme tempio a più piani (si chiamavano ziqqurat questi templi) ad ispirare il passo della Bibbia.

Il testo biblico della Torre di Babele, se guardiamo a ciò che lo precede e ciò che segue, ci riserva qualche sorpresa.
È come se fosse assediato da nomi, prima e dopo.
Il capitolo 10, che lo precede, presenta ai nostri occhi una tavola di popoli, una vera e propria “carta” dell’umanità allora conosciuta che ha origine dai figli di Noè.
Dio ha stabilito la sua alleanza con l’umanità ponendo il suo arco nel cielo.
Ogni figlio di Noè ora dà origine a un popolo, occupa una terra e parla una sua lingua.
I popoli si disperdono sulla terra e parlano lingue differenti. E ciò è gradito a Dio.

Così, anche dopo il racconto della Torre di Babele, ecco troviamo un’altra genealogia e ancora generazioni, ancora nomi fino ad Abramo.

Normalmente riguardo all’episodio della torre di Babele viene detto che Dio punisce l’uomo moltiplicando le lingue, come se parlare tante lingue diverse fosse una punizione.
Invece se guardiamo al capitolo 10 del libro della Genesi vediamo che questa varietà dei popoli è una benedizione di Dio. Questa differenza è una differenza benedetta.
La dispersione dei popoli che si stanziano sulla terra non è qualcosa di negativo, è opera della benedizione di Dio.

Allora, come interpretare il brano che abbiamo appena letto?
Non è la dispersione che va giudicata negativamente ma piuttosto Dio interviene per fermare il tentativo opposto, quello di imporre un’unità, non voluta da Dio, intesa come dominio.

Il libro della Genesi nei suoi primi capitoli esplora temi capitali:
il rapporto uomo-donna,
il rapporto con la terra e
il rapporto con Dio, con il male, e ora sembra esplorare, in questo capitolo, l’orizzonte dei rapporti tra popoli e popoli, l’orizzonte delle culture.

Il nostro testo inizia: “Ora tutta la terra aveva una stessa lingua e le stesse parole”.

In ebraico significa, letteralmente, “un labbro unico e parole uniche”. La traduzione abituale “una sola lingua” non rende bene l’idea dell’originale ebraico. Si tratta di un’espressione diffusa nel mondo assiro e che significa: “unanimità”. Si potrebbe addirittura dire: “si capivano tutti”, “si intendevano tutti”. Più che di lingua si tratta di pensiero unico.

Enzo Bianchi, il priore della comunità ecumenica di Bose, osserva che “se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, di colui che detiene il potere” (E. Bianchi, Adamo dove sei?, Qiqajon, 1994, p. 287).

Forse allora non è un caso che già nella genealogia che precede il nostro racconto, proprio in mezzo a tutti i nomi è narrata la storia di Nimrod
“Kusch generò Nimrod; questi cominciò ad essere un potente sulla terra.
Principio del suo regno fu Babel, Erek, Akkad e Kalneh nella terra di Shin’ar”.

È significativo: “principio del suo regno fu Babel”.
È un altro principio, un altro inizio, non quello del giardino, non quello di Dio.

Prosegue il racconto:
“Ed avvenne che, emigrando dall’oriente, gli uomini trovarono una pianura nel territorio di Shin’ar”.
“Emigrando dall’oriente”.
L’oriente dice Dio. Anche il Messia verrà “dall’oriente”. Per questo i primi cristiani costruivano le chiese rivolte ad oriente, nell’attesa del ritorno del Signore.
L’espressione “emigrando dall’oriente” potrebbe indicare un grande “disorientamento”, dovuto all’allontanamento da Dio.

È scritto ancora: “Vi si stabilirono”. Quasi perdessero l’animo dei nomadi.
Ci si è staccati dall’oriente, dall’ “in principio” del giardino, l’ “in principio” di Dio.

E staccati dal principio come sono gli uomini?

Gli uomini erano animati da uno stesso disegno. Saliamo al cielo e facciamoci un nome.

Se guardiamo alla Toscana del periodo dei comuni e del Rinascimento, anche lì fecero esattamente la stessa cosa: ogni famiglia arricchita costruiva una torre, cercando di farla più alta delle altre per mostrare il proprio potere.

Qui il grande potere dell’impero assiro vuole sottomettere tutti gli altri popoli e imporsi e allora costruisce un’unica torre

Prima di iniziare il lavoro scelsero i materiali.
“facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco.” Di solito i mattoni erano d’argilla essiccati al sole, ma venivano cotti col fuoco quando dovevano affrontare acque abbondanti.

Ciò porta a pensare che temessero il riverificarsi di un diluvio o comunque alluvioni
Allora questi uomini non si fidano di Dio, si affidano solamente alla tecnica e alle capacità umane e costruiscono i propri mattoni.

Dio stesso poi costruirà i veri mattoni per il suo popolo.

Erri De Luca fa notare che il testo biblico recita così a proposito del dono delle tavole della legge a Mosè: “Dopo aver parlato con Mosè “in monte Sinai”, Dio diede le due tavole”.
“In monte”, come a dire: dentro una cava, dentro una fornace.
“Quel monte” -scrive Erri De Luca- “diventa un’enorme fornace, quella in cui si cuociono i mattoni
Dio e Mosè stanno in quella fornace, dentro la colonna di fumo e fabbricano i mattoni, non più quelli da schiavi in Egitto per le costruzioni dei faraoni, ma quelli di libertà.

E qui nel nostro brano abbiamo da un lato i mattoni della potenza della torre di Babele e i mattoni di libertà che vengono dalla fornace del Sinai! Mattoni questi ultimi, cotti non da un Dio contro, ma cotti dall’uomo e da Dio insieme.

recita il profeta Isaia 14, 13-14

Eppure tu pensavi/ salirò in cielo/ sulle stelle di Dio/ innalzerò il mio trono.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi/ mi farò uguale all’altissimo”

La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri.
La torre del controllo: tutto sotto controllo!
Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità.

È come se Dio smascherasse la parola “unità”.
Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione -il modello  unico, globalizzato! – Contro questo, l’invito di Paolo ad uscire e scappare dalla mentalità di questo mondo e seguire l’invito della lettera ai Romani: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che èbuono, a lui gradito e perfetto.”(Rom 12,2)

Gli uomini vogliono costruirsi una torre e Dio li ferma:
potrei interpretare e dire: l’uomo si è fatto arrogante e Dio lo punisce
l’uomo si affida solo alla sua tecnica e Dio lo punisce
sì, potrei anche, ma il Dio di Gesù Cristo non si muove in questo modo

Innanzi tutto il testo non parla in alcun modo di peccato,di comandamento non rispettato. Non dice neppure che Dio avesse proibito di costruire una città e una torre.
Non è come in Gn 2-3,dove Dio proibisce di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (2,16-17; 3,11-17).
La causa del diluvio è dello stesso tipo: Dio decide di distruggere l’umanità perché si è corrotta (Gn 6,11) ed è diventata “violenta” (6,11-13) o “perversa” (6,5).
Qui invece l’umanità prende un’iniziativa che non piace a Dio però Dio esprime, infatti, un timore, non una condanna: “Ecco che essi sono un sol popolo e un labbro solo è per tutti loro; questo è il loro inizio nelle imprese; ormai tutto ciò che hanno meditato di fare non sarà loro impossibile”. In altre parole, Dio vuol porre un limite alle imprese umane.

Più di un castigo, si tratta di un modo di stabilire una frontiera da non oltrepassare.
Si potrebbe dire che Dio agisce come i genitori che sorvegliano i figli piccoli e che fissano limiti perché i piccoli sono inconsapevoli dei pericoli che possono correre allontanandosi troppo dai genitori.
I primi capitoli del libro della Genesi, in diversi modi, descrivono, in effetti, l’infanzia dell’umanità. In poche parole, si può capire questa storia non come una storia di punizione di un peccato commesso ma come un pericolo corso dall’umanità ed evitatoci da Dio

Quale pericolo?

Il pericolo di un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza: le settanta lingue della genealogia impoverite in un’unica lingua.
E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo.
Dio smaschera questa finta unità.

Nella Bibbia, nel Nuovo Testamento, c’è un episodio che tutti gli esegeti mettono a confronto con quello della Torre di Babele, l’episodio della Pentecoste. Lo Spirito scende sotto lingue di fuoco. La confusione delle lingue a Babele, la comprensione delle lingue a Pentecoste.
Che non è l’accadere di una lingua sola, una sorta di esperanto, che ci faccia intendere gli uni gli altri.
La gente era stupita non perché ci fosse una lingua sola, ma perché udivano gli apostoli parlare ciascuno nella propria lingua nativa. “E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (Atti 2, 8).

L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua degli altri.

Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio.

Forse Dio apprezza di più i molti nomi con cui i popoli lo hanno chiamato nelle varie lingue.
Forse ha scelto di essere nominato in mille lingue perché non si esaurisse in noi la ricerca.

Ancora una volta vediamo che l’umanità si allontana dal progetto di Dio, non si fida di Lui,vuole darsi un nome da solo, sceglie la via del potere ed ecco che Dio come Padre interviene per riportarci al progetto per noi.

È bello pensare che il cap. 11 ha nelle sue ultime battute il nome di Abramo che è il contrario dell’operazione di Babele.
Abramo non vuole svuotare il cielo: obbedisce alla voce.
Non vuole crearsi una città potente: esce dalla sua terra.
Non vuole farsi un nome grande: accetta il nome da Dio e Dio, non lui, farà grande il suo nome.
Una grandezza che non è prodotto delle proprie mani, della propria voglia di affermazione, una grandezza che viene da Dio:
“Farò di te un grande popolo e ti benedirò renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen. 12, 2-3).

È la contestazione del mito della scalata, essere sopra gli altri, se possibile sopra Dio
E infatti, quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione?
Quando costruisce la torre, o quando discende?
Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9).
Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo.

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