Svizzera. All’indomani del referendum sulla legge sull’asilo: l’altra banalità del male

Alcuni manifesti della campagna referendaria

 

Pierre Bühler

professore di teologia, Facoltà di Zurigo

Nel campo della terapia familiare, si parla del «doppio vincolo» (in inglese:  double bind). Esso vi impone un’alternativa impossibile che ha come effetto, qualunque sia la risposta che date, di essere distorta e di costarvi crisi di comunicazione. Anche le misure urgenti decise dal Parlamento l’autunno scorso hanno suscitato un simile doppio vincolo fra i difensori di un diritto d’asilo degno di questo nome: sapendo che la maggioranza del popolo svizzero avrebbe detto massicciamente no a un referendum, era meglio non fare nulla e accettare tacitamente queste misure inaccettabili, con il rischio di rinnegare se stessi, o era meglio lanciare un referendum per segnare il proprio disaccordo, con il rischio di subire una sconfitta che non avrebbe fatto altro che confortare gli adepti degli indurimenti?

«Miserere nobis». Qualunque sia la decisione, siete presi in trappola, e coloro che criticano oggi i referendari, di cui faccio parte, di essere andati incontro a una sconfitta, avrebbero fatto presto a criticarli di non aver tentato nulla nell’ipotesi inversa! Se i datori di lezione all’indomani delle votazioni misurassero meglio l’ampiezza di questo dilemma etico, tratterebbero i referendari con più rispetto, evitando di farne degli ingenui incoscienti! Ciò che mi interroga molto di più in questo triste indomani è la fonte del nostro dilemma: questa maggioranza popolare che da decenni, nonostante tutti i fatti tragici e tutti i dibattiti, non ha cessato di dire docilmente sì e amen a tutte le proposte delle autorità. In una materia in cui abbiamo a che fare con vite umane, in cui l’integrità fisica e psichica di persone minacciate è in gioco, questa maggioranza non dà segno di coscienza etica.

Domenica 9 giugno, mentre si svolgevano gli scrutini, io e mia moglie siamo andati a vedere il film che Margarethe von Trotta ha dedicato a Hannah Arendt. Questa filosofa tedesca di origine ebraica ha subito una valanga di critiche perché aveva difeso la tesi che Adolf Eichmann, uno dei peggiori esecutori della «soluzione finale» per lo sterminio degli ebrei, non aveva nulla di diabolico, era un uomo del tutto normale, banale. Aveva solo coscienza di aver scrupolosamente eseguito gli ordini che aveva ricevuto. Hannah Arendt parlava in questo senso de «la banalità del male».

Il parallelo è sorprendente. Le votazioni ci hanno anche mostrato una forma di banalità del male, una banalità dal volto democratico. Il popolo svizzero non ha nulla di diabolico, è, tutto sommato, tragicamente banale. Se un giorno gli faranno un processo, esso dirà: «Ho votato a quasi l’80% come il Parlamento e il Consiglio federale mi hanno chiesto di fare!». E non parlo neppure del 61% che non ha votato. Essi diranno: «Comunque fanno quello che vogliono!». Sì, certo, soprattutto quando ci si astiene… Che i datori di lezione dell’indomani delle votazioni ci dicano quindi quello che fanno per tirar fuori questo popolo-Eichmann dal suo letargo in materia di asilo! Per combattere i sonniferi securitari che gli vengono somministrati di continuo!

All’indomani delle votazioni, non ho lezione da dare. È tutt’al più un «miserere nobis» (abbi pietà di noi!) che mi scappa dalle labbra… (Protestinfo)

www.riforma.it

(Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)

 

 

(26 giugno 2013)

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